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Salvate il soldato Ryan

(SAVING PRIVATE RYAN, U.S.A. 1998)

Universal Pictures presenta una produzione Dreamworks; regia di Steven Spielberg; prodotto da Steven Spielberg, Ian Bryce, Mark Gordon; co-produttori Bonnie Curtis, Allyison Lyon Segan; produttore associato Mark Huffam e Kevin de la Noy; soggetto e sceneggiatura di Robert Rodat; montaggio di Michael Kahn; scenografia di Tom Sanders; costumi di Joanna Johnston; musiche di John Williams; effetti speciali Industrial Light and Magic; interpreti: Tom Hanks (capitano Miller), Matt Damon (soldato Ryan), Tom Sizemore, Edward Burns, Dennis Farina, Ted Danson; durata 163 minuti; distribuzione U.I.P..

TRAMA

Margaret Ryan ha perso tre figli durante la Seconda Guerra Mondiale, ma sembra che il quarto possa essere ancora vivo al fronte francese; di conseguenza il governo degli Stati Uniti invia sulle tracce del soldato disperso una pattuglia di sopravvissuti allo sbarco in Normandia al fine di riportalo a casa sano e salvo. L'impresa però non sarà così facile: le indicazioni sono troppo vaghe ed i nazisti sono sempre in agguato come mostri assetati di sangue.

CRITICA

In questa scheda è d'uopo essere avari di notizie nella trama, dal momento che Salvate iul soldato Ryan, più che un film, è un emozione tutta da scoprire. Infatti in questo film siamo ben lungi dallo Spielberg di E.T. o di 1941, anzi si potrebbe a ragione affermare che il Soldato Ryan è un'anomalia all'interno dell'opera omnia spielberghiana, ricollocabile in parte al solo Schindler's list, vista l'estrema violenza che pervade la pellicola, quasi come quella che permeava un genere di film della metà degli anni '70 come "La svastica nel ventre", "Saloon Kitty", ed altri; in essi infatti i nazisti venivano rappresentati come sadici e satanici individui tesi al totale nichilismo della razza umana e fedeli al proverbio "l'unico nazista buono è il nazista morto".

Citazioni a parte, il film, pur essendo diretto da Spielberg, non è la metafora di niente, anzi è un realistico documento storico che si avvicina più ad "Africa addio" di Jacopetti che a "Il grande uno rosso"; spia di ciò è l'uso di due differenti stili di movimenti di macchina all'interno della medesima pellicola: uno è lo stile dei campi, controcampi e movimenti studiati della macchina da presa, l'altro è l'uso della Steady poco bilanciata durante i combattimenti proprio come se fosse un vero reportage giornalistico, ricalcando molto lo stile del già citato Jacopetti durante i suoi servizi nelle zone calde della guerra in Africa. Lo stridere di questi due stili differenti crea una sensazione di interazione maggiore fra spettatore e schermo, atta al coinvolgimento totale dello stesso, proprio come se fosse in prima linea, ma simultaneamente si rendesse conto di essere anche in una sala cinematografica.

Da un punto di vista psicologico, il film affronta questo interrogativo: è giusto sacrificare un pugno di uomini per salvarne uno? A questa domanda la pellicola non pone alcuna risposta, bensì crea tutti i presupposti di un contrasto all'interno del plotone coinvolto nel recupero, ma soprattutto bisogna anche chiedersi questo, cioè e se una volta trovato Ryan non volesse essere portato a casa ma in un impeto di eroismo fine a sè stesso volesse cadere in battaglia? Ed è proprio questo il caso che Spielberg affronta con mani da psicanalista all'interno di un contesto storico, quasi come se la Storia Umana passasse in secondo piano a favore del pensiero dei soldati, con risultati però non troppo eccellenti: molto più riuscito da questo punto di vista è "La sottile linea rossa" di Mallick. In ogni caso alla fine del film il regista suggerisce solo una possibile risoluzione a tali quesiti, sia con la continua identificazione soldato Ryan-capitano Miller, sia con la sentenza finale di quest'ultimo morente: "Meritatelo!".

Unico difetto forse del film è quell'ideale quasi astratto di eroismo e l'elogio dello stesso che lo permea sin dall'inizio, in questo modo sembra che la psicologia umana venga sopraffatta da esso.

Lorenzo Mazzolini

SALVATE IL SOLDATO RYAN

Conoscere il padre

“Salvate il soldato Ryan” è stato presentato dalla critica come un film che, più di ogni altro, ha evidenziato le atrocità della guerra, in particolare attraverso le crude immagini delle sofferenze fisiche dei soldati sorpresi nell’atto di morire.

Le scene più cruenti sono concentrate, come si sa, nei primi venti minuti di pellicola ed è difficile non avvertire un senso di disagio, sempre crescente mano a mano che siuolo, non solamente militare, è un padre. Un padre con i figli, che da figlio a sua volta ubbidisce ad un altro padre, fino ad Abramo Lincoln, il padre della nazione americana. Il comandante in capo dell’esercito, infatti, vi fa riferimento quando, a sua volta interpellato “che facciamo?” deve prendere la decisione di salvare il soldato Ryan.

La lettura che darò del film sarà perciò riferita alla relazione padri e figli, figli e padri.

Da Freud in avanti questa relazione è stata accuratamente analizzata fin dalla sua genesi e nella crescita dell’essere umano è di fondamentale importanza.

E’ talmente importante la figura paterna che i contenuti che essa rappresenta vengono depositati dentro di noi, “interiorizzate”, perciò si può affermare che il padre c’è sempre anche quando fisicamente siamo soli.

Qualunque cosa noi facciamo, la decisione che alla fine viene presa, utilizza dei valori che prendiamo come punti di riferimento e ai quali possiamo obbedire o essere “alternativi” ma dai quali non possiamo prescindere. E’ come se ci riproponessimo la domanda “capitano, che cosa facciamo?”. La risposta conseguente è il frutto di un’elaborazione, molto spesso inconscia, che noi possediamo fino al risultato e alla decisione.

Se osserverete il film in questa ottica potrete vedere, espresse con magistrale bravura, tutte le sfumature della relazione padre-figlio, anche se in una situazione estrema e limite. Potrete osservarlo nel modo con cui i soldati si rapportano al capitano; figli diversi, con atteggiamenti di vicinanza, di lontananza, di ribellione, di ridiscussione di valori e di principi e soprattutto di obbiettivo. Il senso della missione (che è poi il senso della loro vita in quel momento) non è tanto lontano dalla domanda che vi sarete posta o che vi porrete, e che riguarda il senso della vostra “missione”.

Nel film sono trattati tutti i padri buoni e figli buoni.

Che cosa ne pensate dei cattivi? Anche loro avevano un padre di riferimento. Erano figli anche gli altri. Com’è possibile? Non era uno, erano tanti che sparavano dall’altra parte, che obbedivano ad altri padri, che a loro volta obbedivano ad altri padri.

C’è qualcosa che non va di padri e figli, figli e padri.

Come hanno potuto seguire dei padri così?

Che cosa sarebbe accaduto se il capitano Miller fosse nato in Germania? Ormai sappiamo qual era la missione dei nazisti, ma se i figli “seguono” i padri, quale sarebbe stato il padre da seguire?

Nel film le cose sono abbastanza semplici; c’è il bene e il male, c’è la causa giusta e l’”altra”, ci sono soldati buoni e cattivi e quindi ci sono padri buoni e cattivi.

Non è tutto c’è il padre di mezzo, quello di tutti i giorni, quello che è un po’ l’uno e un po’ l’altro ed è quello che sarebbe opportuno trattare. Come sapere che padre è?

Non abbiamo che un mezzo, un mezzo che ci ha dato e che lo rende possibile conoscerlo.

Se ricordate il film, c’è una posta in gioco fra i soldati, cinquecento o mille dollari per chi riesce a scoprire chi è realmente il capitano Miller. Se ricordate è egli stesso che si fa riconoscere quando viene messo in discussione. E’ lui che parla di sè e si svela.

Un buon padre deve permettere e permettersi di farsi riconoscere al momento opportuno. In teoria solo i figli che riusciranno a riconoscere i padri potranno scegliere e decidere. Nell’uno e nell’altro caso tutto ciò deve rispettare il tempo più favorevole, ma l’impronta e la struttura della comunicazione reale sono indispensabili.

Il solito problema è come fare, visto che spesso questo bisogno si manifesta successivamente alla nostra crescita.

Il mezzo, il modo, è quello di riconoscerci e cioè riconoscere la parte di “genitore” che è stata la nostra dotazione fin dall’infanzia.

Riconoscere il nostro adattamento a quel genitore significa poterci permettere diverse scelte, diversi nuovi obiettivi e decidere per noi. Il tema, a questo punto andrebbe affrontato in termini più accurati e approfonditi ma spero che il messaggio sia giunto. Il processo è lungo ma non impossibile.

Conoscere se stesi permette di potere più o meno distinguere ciò che ci appartiene da ciò che ci è imposto quotidianamente dal nostro genitore interiore.

In termini politici, tutte le espressioni di potere sono rappresentazioni simboliche del “genitore”. La differenza di fondo la troviamo nell’opportunità di potere conoscere e discutere il genitore, anche se autorevole, mentre è possibile farlo in un regime autoritario.

In una democrazia interiore sono essenziali il dialogo e anche il conflitto.

Perché ciò possa avvenire è necessario attivare le emozioni di tutte le nostre parti, conoscerle, confrontarle e decidere. Non è così semplice, ma si può fare.

Giorgio Minelli

Psicologo e psicoterapeuta