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Radiofreccia

(ITALIA, 1998)

Regia di Luciano Ligabue; produttore Domenico Procacci; soggetto di Luciano Ligabue; sceneggiatura di Luciano Ligabue e Antonio Leotti; interpreti: Stefano Accorsi (Freccia), Luciano Federico (Bruno), Francesco Guccini (proprietario del Bar); durata 112 minuti circa; distribuzione Medusa.

TRAMA

Uno speaker radiofonico annuncia la chiusura di una stazione radio locale chiamata poi Radiofreccia in onore del suo migliore amico morto di overdose alla fine degli anni '70; prima di cessare del tutto le trasmissioni, l'annunciatore-fondatore della radio incomincia a rievocare il ricordo dell'amico scomparso narrando tra poesia e nostalgia i suoi ultimi anni di vita via etere affinchè la sua memoria non venga meno, anche come monito per i posteri.

CRITICA

Luciano Ligabue come musicista può essere apprezzato come può essere disprezzato, come il 99% della musica contemporanea, ma come regista è proprio necessario affermare che è uno dei migliori del panorama contemporaneo nostrano. Forse Radiofreccia è il film italiano migliore del decennio dei '90, sia come stile che come narrazione.

Purtroppo questa pellicola non può essere apprezzata in pieno dai giovanissimi, dal momento non hanno potuto mai vedere gli anni'70 ed erano troppo piccoli per apprezzare o capire i primi anni '80, ma per i vecchi nostalgici è stata una vera è propria rivelazione.

Non è il caso di tessere elogi per lo stile di regia ed il barocchismo dei movimenti della macchina da presa, si potrebbe a ragione dilungarsi in profonde analisi stilistiche ma il tempo è tiranno, come non è il caso di elogiare lo splendido montaggio, un'opera d'arte bastante a sè stessa, il film va visto e apprezzato come si merita: è la fusione ideale fra cinema anni '70 e cinema contemporaneo.

Quello che andrebbe approfondito, anche in relazione al contesto di questa rassegna, è la profonda conoscenza del regista dell'animo giovanile di quegli anni, dei desideri, dei problemi di tutti i giorni, della disperazione, dei valori, il tutto quasi paragonato alla crisi morale degli anni '90, e soprattutto la finezza e la poesia con cui tali argomenti vengono trattati, quasi con una sorta di ritorno alla poetica dell'aurea mediocritas oraziana, non senza tenere conto del minimalismo americano. Ed è proprio il regista che afferma ciò durante la presentazione del suo film alla Mostra del Cinema di Venezia del 1998: "E' un film [....] sul normale affetto che tanti come me provano per il periodo della propria vita che va dai 10 ai 20 anni. In fondo è lo stesso tema che torna sempre nelle mie canzoni [....]. Il mio è un bersaglio piccolo: raccontare le cose che vedo, che sento e che mi stanno a cuore. Difficile trovare un altro soggetto che mi appartenga come questo.".

Da un punto di vista psicologico questa volta è bene non spiegare nulla, non per una sorta di sadismo, bensì per permettere una visione più interessata ed accurata, suggerendo solo ai fortunati spettatori di porre ben attenzione al carattere ed agli atteggiamenti sia dinamici che statici dei protagonisti: il bello del film risiede proprio in questa analisi.

Lorenzo Mazzolini

“INSIEME…TANTI ANNI FA”

“Radiofreccia è un film intenso, carico di emozioni; evoca un passato recente e pur lontano, quello degli anni ’70, riuscendo a riconnetterlo, abilmente, con un presente che, infondo, ha gli stessi ingredienti di inquietudine e disagio di allora.

E’ una generazione, quella degli anni ’70 appunto, che viene riproposta nel film attraverso le vicende che legano i vari protagonisti ad uno degli eventi più significativi di quegli anni: la nascita di una radio locale. E la radio “Radioraptus” diventa il punto d’incontro di tante vite, ognuna con la propria storia e i propri drammi, raccoglierà, nel corso dei 18 anni di vita - come ci racconta il conduttore - io narrante del film - i pensieri, le paure, gli “sballi” dei vari attori per rappresentare una sorta di “sentire” collettivo, un destino comune che univa i due giovani in quel periodo.

La radio e il gruppo

Il film inizia con il funerale di Freccia, il leader del gruppo attorno al quale la radio - che dopo la sua morte si chiamerà, infatti, “Radiofreccia” - prenderà vita.

Le immagini riportano subito la memoria indietro, nei luoghi - fisici ma anche mentali - tipici degli anni ’70 dove i destini degli uni si intersecavano con gli altri, si sfioravano, per poi perdersi, magari per sempre.

E il bar è il primo di questi “luoghi della memoria”: il film riprende, lentamente, i volti, le espressioni, gli atteggiamenti di questa parte di umanità indolente, pigra, ripiegata sulle battute e sulle chiacchiere “da bar” appunto, che ritrova il significato della propria esistenza nel “passare il tempo” insieme, nel condividere le poche gioie e i molti dolori con gli atri.

Le caratteristiche personali dei vari protagonisti - ad eccezione di Freccia - sono solo tratteggiate, con mano lieve, per non appesantire il film con i “casi personali”. Si intravedono però storie complesse, difficoltà familiari ecc. ma tutto è sullo sfondo, lontano; ciò che emerge, invece, prepotente è il legame del gruppo.

La psicologia dei gruppi ci ha aiutato a capire qual è la natura, il senso di quel sottile ma potente filo che lega i componenti di un gruppo, la forza che spinge ognuno a sentirsi parte di quel tutto, a specchiare se stesso negli altri e a sentirsi meno solo e perduto. Si è detto che in adolescenza il legame con il gruppo è necessario, indispensabile per superare il distacco psicologico dalla famiglia in una fase in cui l’”io” è ancora fragile e vulnerabile: per questo si è detto che il gruppo assume un valore di “io ausiliario”, una sorta di “stampella” per procedere nel difficile cammino della acquisizione della propria identità.

Nel film vediamo Freccia e i suoi amici che si stringono intorno alla radio, quasi il valore-simbolo del vincolo che li unisce, e scoprono quanto è importante parlare, comunicare, raccontare i propri dubbi, le proprie paure, le proprie speranze. E sanno che qualcuno, in qualche luogo, li sta ascoltando, che capisce, pensa, condivide, almeno in parte, le stesse emozioni e gli stessi disagi. E poi c’è la musica, che tanto ha rappresentato nella vita dei giovani proprio a partire dagli anni ’70: si tratta di una musica nuova, trasgressiva, con quelle componenti di ribellione e libertà che sembrano il tratto più saliente – ora come oggi – della giovinezza. E’ un linguaggio universale, la musica, che unisce e fa sentire vivi, che trasmette emozioni forti, profonde, che fanno sognare. La giovinezza viene tratteggiata con molta attenzione, nel film di Ligabue; i protagonisti sono ragazzi ancora sospesi nella difficile transizione verso l’età adulta, hanno inquietudini profonde, insicurezza di lontana origine e nel gruppo trovano quella vicinanza e quel sostegno che probabilmente, è mancato nella loro famiglia di origine.

E gli eventi negativi che si trovano, in qualche modo, a fronteggiare segnano profondamente tutto il gruppo - il ragazzo che uccide il padre, l’eroina di Freccia, il tradimento della sposa nel giorno del matrimonio – rinforzando il legame che li unisce, quel senso di appartenenza che li fa sentire “a casa”. La radio diventa, così simbolicamente, il territorio di appartenenza del gruppo, il luogo che li fa sentire insieme, non più soli e perduti nel proprio angusto destino.

La conclusione del film, vede la chiusura dopo 18 anni della radio.

I vari protagonisti del gruppo, ormai, avevano seguito esistenze diverse, qualcuno era rientrato nell’alveo della cosiddetta “normalità”, qualcun altro ne era rimasto definitivamente fuori.

E’ solo, però, quando il conduttore - l’unico che era rimasto, pervicacemente, legato alla radio - ne annuncia la chiusura definitiva che si scioglie davvero il gruppo, che solo il ricordo unirà i vari protagonisti. La radio è stato il simbolo della loro giovinezza, della loro voglia di vivere, della loro ribellione; la chiusura della radio rappresenta il definitivo ingresso nell’età adulta dove il disagio di vivere ma anche i sogni e le speranze tramontano per sempre.

Ligabue ha rievocato clima ed atmosfere della giovinezza degli anni ’70, quando i giovani pensavano di poter cambiare il mondo, di renderlo diverso da quello dei propri padri.

Erano anni profondamente diversi da quelli attuali, in buona misura imparagonabili; tuttavia il confronto con i giovani di oggi fa intravedere un filo rosso che li unisce, che consente di riconoscere paure e disagi non dissimili, non lontani. Come allora i giovani di oggi sono incerti, dubbiosi, le loro identità paiono ancor più complesse da costruire, spesso - oggi come allora - incomplete e irrisolte. Ed è per questo che i vincoli di gruppo, i bisogni di appartenenza e di “stare insieme” dei giovani, sono ancora più forti che nel passato, quasi ad indicare che – in ogni tempo e in ogni storia – c’è un bisogno di ritrovare se stessi negli altri, di non sentirsi soli e abbandonati nel mondo.

Ornella Vinello

Psicologa e Psicoterapeuta

“SPEZZATI” (Radio Freccia)

Storia di “come siamo” e di “come eravamo”. Il ricordo di un “noi” collocato in un tempo passato e nostalgico. Come con gli occhi di oggi si guarda indietro nei propri vissuti e una piccola e grande morte è avvenuta dentro di sé pensando a “come si era” e non si sarà più.

In questo film, i temi che caratterizzano e segnano l’adolescenza (la solitudine, il gregarismo, l’innamoramento…) vengono toccati in modo fugace a significare le parti di un tutto che ancora devono trovare una loro integrazione e collocazione, proprio come nei vissuti dell’adolescente tanto si muove prima che qualcosa si fermi e prenda una propria forma.

Anche se la storia si colloca in uno spazio e in un tempo lontano dai giorni nostri, l’identificazione nei personaggi è comunque facilitata dalla dinamica delle relazioni, dalla forza istintuale (l’es) che prevale sopra la logica razionale del saper vivere le regole della società (il Super – io), dalle sofferenze individuali ma anche familiari.

Il valore della relazione con gli altri nasce dal costruire una “cosa che è solo nostra”…l’appartenenza e la diversità. Chi ci sta e chi non ci sta.

Una radio dove si può dire quello che si vuole, quello che si è.

La forza distruttrice che si materializza nella proiezione delle proprie parti cattive e inaccettabili sugli altri, oppure in una spinta autodistruttiva che scava un buco dentro di sé, si alterna e si accompagna alla forza di costruire una cosa comune, una radio, dove ci si può riconoscere nell’appartenenza, dove ci si può raccontare quello che si è e senza limiti o giudizi.

Sono le pulsioni che governano la vita dell’individuo: eros e tanatos, la vita e la morte.

Silvia Barbaro

Psicologa

IL GIOCO DELLA SPERANZA ATTRAVERSO UNA SCATOLA

I temi di questo film sono sempre attuali anche se ambientati negli anni ’70.

La famiglia disgregata da un lutto (la morte del padre) e da una madre troppo “libera”. L’abbandono che vive il protagonista si ripropone nell’innamoramento o quello che si pensa amore e che fa rivivere la propria ferita, tanto da distruggerlo.

Anche se uscito dalla droga non ha superato “il vuoto e il buio” di un’altra perdita e non si è dato pace; dipendente, quindi, dai sentimenti e dalla droga.

La radio, tam-tam della semplicità per comunicare e dare un senso di appartenenza, sui messaggi delle canzoni, anche se c’è difficoltà nell’usarla. Anche tra amici è molto difficile “aprirsi”, confidarsi e anche se complici, solidali nelle scappatelle, una sorta di rispetto nel lasciare andare gli eventi. La figura del barista che offre un abboccamento e un legame negativo, ma meglio che niente!, lo frequentano e lo ascoltano, comunque c’è un interesse. Molta solitudine. Grande sensibilità e molti buoni intenti che sfumano come castelli in aria, tanti sogni ed illusioni che finiscono. I “lutti” della crescita dei giovani che molte volte non attivano altro, cadono nelle dipendenze.

Un ideale, una fiaba…valori forse importanti per apprendere e considerare per poter ripartire con credenze nuove o comunque rinnovabili.

Aiutarsi ad essere più flessibili per essere in armonia con i personaggi delle tappe fondamentali.

Dove le emozioni non riescono ad attingere alle profonde fondamenta per dare la forza di stare nel dolore come possibilità di trasformazione.

Perdonarsi e perdonare…

Roberta Evangelisti

Psicologa e Psicoterapeuta

BISOGNI E PAURE

Il film apre una finestra su di un ambiente e un periodo storico in cui, come dice l’autore, si navigava a vista. Il periodo di fermento e di cambiamento non permetteva una rotta prestabilita. Bisognava aggiornarla e rettificarla continuamente. Quello che tutti pensavano e sentivano era il bisogno di sperimentare, conoscere, comunicare e confrontare alternative. Solo dieci anni prima il modo pareva fosse immobile da secoli. Profetiche furono le parole del protagonista narratore riguardo al fatto che dobbiamo essere noi a tracciare la rotta, prima che lo faccia qualcun altro al nostro posto.

In altri termini potremmo dire che dobbiamo essere noi a riconoscere i nostri bisogni, a comunicarli e a chiedere, altrimenti ci verranno imposti e, noi, come purtroppo sta accadendo, crederemo siano i nostri. La musica fu la prima a cambiare. Era un’area non ancora “inquinata”ed era come ancora oggi è il mezzo più funzionale ai giovani per nominare ed esprimere le emozioni.

In tutto il film si notano anche lo sforzo e il tentativo di passare da un sentire e da un essere egocentrico al condividere e comunicare con gli altri. Il processo non è stato facile per nessuno, si tratta di passare dal canale privilegiato della corporeità (facendo e giocando) ad altre modalità di vivere in relazione. I protagonisti attraversano il momento della vita in cui tutto viene a condensarsi e sta per cristallizzarsi. Molte delle loro convinzioni e decisioni intime possono più o meno trovare uno spazio per un confronto e una rettifica. Per un completamento e per l’integrazione della personalità, il gruppo di amici può surrogare un ambito psicoterapico (a volte accade anche in negativo). Osservando da spettatori nel microcosmo delle storie rappresentate nel film, si possono fare alcune considerazioni sulle difficoltà enormi nella capacità di comunicazione, nel fidarsi e nell’affidarsi. Le vicende familiari raccontate ci fanno comprendere il bisogno frustrato e l’incapacità di chiedere e di esprimere il “buco angosciante” che sentono dentro. I più “segnati” e incompresi sono quelli che hanno le maggiori difese nelle relazioni. Troviamo tutto l’universo del problema, si passa dal personaggio del duello Western alla “normalità” dell’”inventore” della radio. Quest’ultimo intuisce quale potere “terapeutico” può avere lo strumento, anche per parlare e riempire il vuoto interiore. “La radio è la nostra voce, ci vorrebbe una radio in ogni caso per permettere a ciascuno di idre al resto del mondo le sue cose”. Gli amici, il gruppo, il senso di appartenenza sono uno degli ultimi appuntamenti “terapeutici naturali” nella formazione della persona. Sono il luogo dove si possono ancora fare cambiamenti ove si possono recuperare mentalmente relazioni perdute o incrinate o altrettanto confermare dati acquisiti. Al gruppo va riconosciuto un IO ausiliario proprio. La scuola è quindi (quasi a tutti i livelli) un ambito in cui gli strumenti della comunicazione - relazione possono essere affinati o mortificati. Tutti gli insegnanti conoscono i ragazzi “chiusi”, sono chiusi agli altri e a se stessi. Sono congelati dentro o stanno per esserlo, le loro relazioni sono spesso distorte e inappropriate. Un esempio approssimativo possiamo trarlo dal film. Il protagonista con i capelli lunghi, quello che ha bastonato il padre, credendo di averlo ucciso, se ricordate, ha una relazione molto aggressiva nei confronti dell’amico che fa un apprezzamento alla sua giovane sorella e vengono alle mani. E’ una reazione esagerata, il gruppo li divide e li contiene. Se avesse parlato prima, sicuramente si sarebbe aiutato e difficilmente qualcuno avrebbe potuto permettersi una battuta del genere. Tenersi dentro il dramma e la sfiducia ha fatto agire ed esplodere la sua rabbia in modo irrazionale e solitario. I problemi sono il risultato di un conflitto morale interiore. Un conflitto dovuto a fraintendimenti, errate convinzioni che non hanno mai avuto l’opportunità di essere chiarite e tendono a cristallizzarsi per arrivare, come sostiene S. Resnik, ad una “credenza cronica, un’ideologia pietrificata, un sistema chiuso di idee”. Se facciamo i formatori impegniamoci ad aprire questo sistema chiuso di idee. La scuola è la struttura in cui si possono evitare la cristallizzazione e la pietrificazione dell’individuo. E’ vero che i problemi hanno tempi lontani di incubazione, è altrettanto vero che gli alunni spesso “confezionati”, ma tante attività possono essere funzionali se si ha chiarito l’obbiettivo. Come un allenatore “agonistico” perdente non può far vincere la squadra, così l’insegnante che non faccia un atto di coraggio e di revisione delle proprie aree relazionali sprecherà doppia energia. L’una sarà impegnata nel controllo delle proprie “interferenze” interne e l’altra nei confronti della classe. Per un’efficace professionalità educativa è essenziale conoscere o fare ipotesi sulla storia personale dell’alunno, osservarne la collocazione nel gruppo classe e decodificarne le richieste e i bisogni. Essendo questi ultimi normalmente agiti e non espressi, l’opportunità di renderne possibile la comunicazione attraverso una relazione “elastica” è un grande contributo alla formazione e alla integrazione dei giovani.

Giorgio Minelli

Psicologo e Psicoterapeuta