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Ecco fatto

(ITALIA, 1998)

Una produzione fandango; regia di Gabriele Muccino; soggetto di Gabriele Muccino; sceneggiatura di Gabriele Cuccino, Nicola Alvau, Andrea Garello; scenografia Eugenia Di Napoli; fotografia di Arnaldo Catinari; montaggio di Claudio di Mauro; costumi di Antonella Cannarozzi; musica di Paolo Bovino; suono di Mario Iaquone; interpreti Barbara Bobulova (Margherita), Giorgio Casotti (Matteo), Claudio Santamaria (Piterone), Ginevra Colonna (Floriana), Enrico Silvestrin (Paolo); distribuzione Mikado; durata 89 minuti circa.

TRAMA

La trama del film si può riassumere 9in poche righe: Matteo, un liceale ripetente ormai arrivato all’ultimo anno di scuola, si innamora di una bellissima ragazza slava di poco più grande di lui; fortunatamente il suo amore è ricambiato, ma la sua insicurezza di fondo e la sua gelosia faranno crollare il magnifico castello di carte che Matteo si era costruito.

CRITICA

A prescindere dal passato del regista, qui all’esordio nel lungometraggio cinematografico, come allievo di Pupi Avati e di Marco Risi, ma con alle spalle trecento puntate della soap opera “Un posto al sole”, il film è peculiare per quel tocco di fine realtà che lo permea.

Chi dunque non ha mai perso la testa per una ragazza che normalmente rifiuta tutto l’amore sentito, ma in questo caso il film inizia con una apparente happy end; Margherita, infatti, corrisponde perfettamente l’amore che Matteo prova per lei, e fin qui tutto bene, ma sono gli eccessi e gli “estremi amorosi”, la troppa gelosia e i troppi dubbi del ragazzo che metteranno una pietra sopra questo magnifico rapporto.

Da sottolineare dunque non c’è molto se non la freschezza e l’approfondimento psicologico con cui il tema dell’”Amour Fou” è trattato, ma soprattutto il realismo, una volta ipotizzata la rara casistica di un amore intenso ricambiato; ed è vero quindi che quando tutto va bene, o meglio, quando tutto va fin troppo bene, si ricercano cavilli e fantasmi ossessivi che ci possono dimostrare il contrario fino ad imboccare la via della divergenza che porterà ad una cataclismatica separazione, ma come diceva Montale “la vita in fondo è una muraglia/ con in cima cozzi aguzzi di bottiglia”, e se i cocci aguzzi non ci sono, le paranoie dell’uomo contribuiscono a crearli.

Lorenzo Mazzolini

Il tema dominante nel film è la gelosia e riteniamo opportuno parlarne, visto che questo sentimento contiene al suo interno i nuclei fondamentali (di grande importanza e valore) delle relazioni umane significative.

Un altro dei motivi per i quali questo film è stato selezionato è quello che ha a che fare con la proiezione nell’ambito psico-pedagogico educativo.

La gelosia e i suoi effetti sulle persone non possono essere sviluppate in poche righe date le molteplici dinamiche coinvolte, ma possono essere usate come metafore e comparate con le modalità costanti nella costruzione del pensiero in ambito educativo e non solo.

La visione è opportuna per i ragazzi anche perché questo tema permette un margine di identificazione e di conoscenza riguardo a dinamiche che spesso si esprimono in modo meno evidente e coinvolgente, ma sono simili in ogni forma di innamoramento: le variabili di solito sono l’intensità e le conseguenze pratiche nella vita di ciascuno.

Il film porta, con il suo ritmo “ansioso” determinato e un po’ ossessivo, il tema della fiducia in primo piano.

Ci mostra come in questo appuntamento con l’amore, riappaiono antichi fantasmi non ancora elaborati di vitali insicurezze in un periodo in cui, molto piccoli, abbiamo sperimentato la nostra dipendenza (totale dipendenza, non solo affettiva) dal genitore o dalla figura sostitutiva. L’intensità del bisogno provato e la risposta ottenuta, più o meno adeguata, hanno attivato in tutti noi alcune “convinzioni filosofiche” sugli altri e sulla nostra capacità di fidarci e di affidarci.

Rispetto a queste convinzioni noi accettiamo e teniamo in considerazione solo ciò che serve alla loro conferma tralasciando le diverse esperienze, anche quelle positive.

In questo modo produciamo delle corsie di memoria preferenziali.

Arrivando a fare considerazioni sul “patologico” possiamo constatare come spesso siamo noi stessi a creare e produrre le condizioni affinché la decisione intima sia confermata.

Il film ad es. ci racconta come nel “sogno” allucinato prodotto dalla droga, il protagonista vede la fidanzata tradirlo, in realtà, vede ciò che la sua memoria esponenziale ha già codificato voler vedere.

Tutto ciò perpetua e riperpetua in tante circostanze non solo nel film ma nella vita in modo esponenziale, migliaia e migliaia di volte.

E’ una “situazione” mentale circolare in cui la convinzione fissata ha sempre la meglio e arriva sempre a confermarsi.

Alla fine del film, le opinioni diverse espresse dai vari personaggi che ascoltano la storia, sono le risultanti della reiterazione dei loro vissuti, le loro convinzioni sono divenute certezze e quindi le loro scelte di vita.

Se la gelosia è il frutto di insicurezze affettive di base, anche nella scuola e nell’apprendimento le memorie esperienziali seguono lo stesso percorso.

Sulle proprie capacità ciascuno di noi prima o poi si è fatto un’opinione; questa opinione perché si fissi, ha bisogno del confronto reiterato con qualcuno.

Se prima erano i genitori, a scuola sono gli insegnanti.

Una volta compiuta questa operazione, la convinzione è stigmatizzata ed è molto probabile resti “incollata” alla persona per tutta la vita. E’ come un interruttore che scatta in presenza del rivissuto, un’ansia di tipo micro-fobico che produce esitamento e fuga di fronte al problema.

Per rendere più chiaro il concetto è il caso di riportare un esperimento in cui oltre a confermare l’ipotesi sopra detta, segnala a quali incredibili canali di comunicazione siano sensibili in modo inconsapevole.

Degli psicologi fingono (in una scuola inferiore di prima media) di sottoporre i ragazzi a dei test per selezionare i migliori in matematica. Affermano che i risultati dei test, non saranno corrispondenti al tipo di matematica studiata in quel momento e quindi indipendenti dall’andamento attuale dei ragazzi a scuola.

In realtà gli psicologi sorteggiano in alcune classi i migliori e i loro nomi sono comunicati sia agli alunni che agli insegnanti. Alla fine del triennio una percentuale altissima di “sorteggiati” diventa effettivamente bravo in matematica.

Si dirà che una carica di fiducia può produrre convinzioni e suggestioni positive.

Ma che cosa si può dire della percentuale simile di ragazzi ignari, sorteggiati in altre classi, (diventati bravi in matematica) la cui “predisposizione” era stata comunicata solo agli insegnanti?

Da dove era passato il messaggio?

I professori erano stati invitati a non parlarne agli alunni, ma evidentemente qualche modalità diversa nella relazione aveva permesso il miracolo.

E’ un esperimento che ci permette di riflettere e di trarre alcune considerazioni:

-la prima è che nelle dinamiche di crescita a qualunque livello e per qualunque tipo di risultato, le modifiche avvengono mediante l’interazione fra il soggetto e il mondo esterno, soprattutto quello affettivo-emozionale;

-la seconda è quando il “mondo esterno” si fissa come convinzione nella mente del soggetto (bambino, alunno, adulto) questa interazione relazionale continua a funzionare circolarmente nella nostra mente.

Nell’esempio di prima, la relazione mentale con gli psicologi che affermano che ho capacità “innate” in matematica, sarà dominante rispetto a quella svalutante che subentrerà ogni volta che troverà difficoltà da superare.

Al contrario chi possiede una bassa stima di sé se la conferma ogni volta arrendendosi di fronte al problema.

Quando il sé è molto svalutato, rimane poco spazio all’autostima e quest’area depressiva, tende ad essere comunicata nella modalità classica e cioè tendendo a svalutare l’altro.

Quando “l’altro” è un bambino, questi si vede riflesso in uno specchio e … la catena perversa continua.

Il bambino piccolo non ha coscienza del proprio sé, si percepisce attraverso gli occhi dei genitori. Se il genitore non si vive un “intimo” positivo non potrà fare altro che rimandare al bambino un’immagine speculare del sé negativo. (Naturalmente è il caso di parlare di aree).

Questo vale anche in misura e per intensità diverse nella scuola.

Ora, tornando al film, si intravede nella storia precedente del protagonista un quadro di abbandono. A quanto pare il ragazzo e il padre, sono stati lasciati dalla madre. Sarebbe interessante sapere a che età del ragazzo è avvenuto l’episodio, ma di certo è che nella mente di un bambino la considerazione che viene a fissarsi nella memoria (indipendentemente dai motivi reali), sarà di svalutazione.

La dichiarazione inconscia sarà all’incirca questa:

Non sono meritevole di affetto, la mamma va vai da me, sono indegno e incapace di tenerla, rivolgerà ad altri l’attenzione, l’affetto, il nutrimento.

Gelosia, gelosia, rabbia, invidia.

La storia si ripete e si ripeterà all’infinito. La memoria esperienziale avrà preso la sua corsia preferenziale.

Giorgio Minelli

Psicologo e Psicoterapeuta

Matteo è un ragazzo poco più che adolescente che si innamora perdutamente di Margherita che sembra ricambiarlo. E proprio il perdersi e la fatica a ritrovarsi caratterizzano lo svilupparsi dell’intera storia.

Il tema centrale è l’amore, o meglio l’innamoramento e qui si individuano e si intrecciano piani d’amore e di relazione diversi.

C’è il gioco dell’amore nella forma più strategica e studiata: il bisogno di offrire un’immagine di sé che piaccia e che sia “giusta”. L’amico lancia massime e teorie su uomini e donne…

Ma c’è anche il sogno d’amore, l’ideale d’amore fantastico, sentito come irraggiungibile da chi crede poco in sé, ma manifesta un bisogno di fusione con l’altro che si materializza nell’amore fisico fatto d’attrazione, modo di fare, eccitazione sessuale fino al possesso dell’altro.

La complessità delle emozioni che porta con sé l’innamoramento ha un potere disorientante e sfuggente, si viene travolti fino al punto di non riuscire a riconoscersi.

La parte che agisce, forse quellaquando si porta dietro il dubbio non importa se reale o immaginato.

Ecco la fiducia. Matteo dice: “Non riesco a fidarmi di te”; Margherita dice “Mi devi dare fiducia se mi ami”.

Come spesso accade dopo l’idealizzazione, si compie la caduta dell’immagine dell’innamorato (prima era bellissima, dolcissima adesso è puttana e cos’altro…).

Qui sembra che ogni comportamento sia sempre effetto lineare di altri comportamenti: lui fa così perché lei ha fatto così e viceverssione, l’identità maschile di Matteo e il confronto con il suo sesso.

Adesso vuole dimenticare, rimuovere e liberarsi. Ma la passione e il desiderio dell’altra è più forte della libertà.

La difficoltà di contenere tutto questo amore può portare alla sua dispersione, o al contrario all’essere inondati e a viverlo tutto in una volta sola, tutto d’un fiato. Ecco fatto!.

Silvia Barbaro

Psicologa e Psicoterapeuta